Mercoledì 20 Gennaio 2021
   
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NATUZZI: NO DISTRETTO – NO FINANZIAMENTI!

  9 ottobre 2009, giornata di mobilitazione per il gruppo Natuzzi, per le imminenti chiusure di due reparti produttivi e per la “soppressione” di circa 1600 posti di lavoro in produzione ed unità non ancora quantificate nell’area servizi. E’ questo il punto di partenza per descrivere quanto successo e quanto succederà nel famoso distretto del salotto, per anni osannata e contesa meta lavorativa, ma oggi considerato suolo minato per i lavoratori, per le loro famiglie, per l’indotto e la cittadinanza tutta. Il tutto è condito in salsa rosa dalla congiuntura economica e dal dissesto finanziario, che stanno costringendo l’azienda a dover prendere decisioni improrogabili ed oltretutto estreme. Constatate suddette prerogative, chiunque potrebbe asserire che tali decisioni siano legittime. ma come dimenticare l’aspetto umano dell’intera vicenda? Non dare sicurezza di impiego a numerose persone, che siano dipendenti o terzisti, significherà ben presto impoverimento del territorio, ove anche gli esercenti ed esercizi pubblici potranno perire. Non si avranno più capitali da spendere e soprattutto da spendere con “leggerezza”. La chiusura economica velerà ogni voluttuosità ed impedirà la volontà del territorio a riprendere fiducia. Sembrerebbe una visione drammatica, ma lo sarà se non si corre ai ripari in extrema ratio. La soluzione non è assolutamente l’incontrovertibile sviluppo aziendale che la Natuzzi  ha proposto, ma dovrà essere la risultante di multiple azioni da fonti differenti (Stato, Regioni, Provincia, Comuni, Aziende, Istituzioni Politiche e Sociali), per la quale ci sia la volontà a non abbandonare i propri cittadini nel momento del bisogno (o ricordarsene solo in tempi di campagne elettorali), ma intercedere per loro nella conservazione del posto di lavoro. Tale obiettivo è raggiungibile solo promuovendo la diversificazione del prodotto, l’ampliamento del range di azione di prodotto, per fornire l’utile soluzione alla carenza di ordinativi che una linea di prodotto differente possa offrire in tempi di magra come questi. Soluzione che da illo tempore è stata fatta all’azienda ma mai presa in esame nella sua completezza, eccezione facendo per la linea di complementi d’arredo (la cui producibilità non è neppure all’interno completamente autonoma). Allora, si è partiti per Roma per ridiscutere il prolungamento della cassa integrazione, che oramai è stato designato come ultimo baluardo dall’azienda per il sostentamento dei propri collaboratori. Senza nulla facendo di maggiore propositività, se non richiedere ulteriori finanziamenti per mettere fuori 1600 e persone, in quanto ormai fardello obsoleto, ma dimentichi che nei periodi di “vacche grasse” gli stessi si sono fatti in quattro, lavorato giorno e notte, sabato e domenica, affinché l’azienda raggiungesse obiettivi gloriosi ed eclatanti. Adesso che l’operaio, l’impiegato non serve più, se ne può fare a meno, pretendendo con proposte anche inopportune di disfarsene, sempre nell’ottica di alleggerire il fardello del personale, che una volta era “la famiglia” del titolare, ma che adesso non è considerato neppure alla stregua del “servo umile e fedele”, perché adesso si ribella. Ebbene, se il nostro futuro lavorativo dovrà passare per la “morte lavorativa” per poi “risorgere a nuovo impiego”, che ci sia! Considerando quanto si sente da “radio corridoio” che ci sono altre aziende disponibili ad investire a sud, che lo stato attribuisca le leve economiche e finanziamenti a chi li merita e li desidera utilizzarli per il distretto e non per i propri tornaconti e che ridia la speranza al nostro territorio da tempo dilaniato da drammi economici, ma la cui popolazione non è di certo composta tutta di fannulloni o lavativi, ma che raccoglie individui che hanno voglia di rilanciare il proprio futuro con le proprie forze, come sempre ha fatto la gente del sud.

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