Il nuovo capo della Procura che sequestrò il “Garden Village”

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Un solido ricordo lega il nuovo capo della Procura della Repubblica di Bari, Roberto Rossi, alla comunità di Cassano delle Murge.

Non solo frequentazioni e amicizie risalenti al periodo in cui, da giovane studente di Giurisprudenza, era inserito nell’Azione Cattolica diocesana dunque in stretti rapporti con le parrocchie dei paesi ma soprattutto per la maxi-inchiesta che porta il nome “Garden Village”.

Da oggi, com’è noto, il dott. Rossi è il Procuratore capo di Bari, eletto dal Consiglio Superiore della Magistratura con 16 voti a favore, 5 astenuti e 4 al suo diretto concorrente, il dott. Sabelli. Eletto al Csm con Area, il gruppo delle toghe progressiste, Rossi è attualmente il reggente della procura di Bari, dove è stato sostituto, dal 2016 procuratore aggiunto, poi coordinatore della Direzione distrettuale antimafia, e dal 2020 vicario del capo dell'ufficio dopo che il procuratore Volpe lasciò per limiti di età.

Nel lontano 1997 l’allora sostituto procuratore Roberto Rossi chiese ed ottenne dal GIP del Tribunale di Bari il sequestro dell’intera area in contrada “Lagogemolo” lottizzata dall’imprenditore edile di Gravina Vincenzo Varvara. L’accusa era pesante e quasi inedita per Cassano: lottizzazione abusiva.

 

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Il frontespizio del Decreto di sequestro del "Garden Village" firmato da Rossi

 

Nonostante vaste zone della Murgia cassanese e a ridosso della Foresta Mercadante venivano costantemente cementificate, quasi mai prima di allora la Procura barese si era interessata per scoprire eventuali reati, fors’anche perché in quelle prime, fastose ville che sorgevano sulle colline attorno a Cassano villeggiavano nomi importanti della imprenditoria, della cultura e anche della magistratura barese e nazionale e da che mondo è mondo “cane non morde cane”.

Questo giovane PM, invece, volle vederci chiaro su questo grande cantiere ancora oggi visibile dalla provincia che collega Cassano a Mercadante: 17 villette plurifamiliari immerse (all’epoca) nel verde, con servizi da villaggio turistico e a due passi dalla grande Foresta. Seppure il “turismo” della seconde case era ormai in calo sul mercato, quelle costruzioni si sarebbero facilmente vendute, pensava il costruttore, forte di una lottizzazione che il Comune di Cassano aveva approvato nel 1994.

Invece, quando ancora mancavano strade di collegamento, impianti e altri servizi e le villette erano allo stato di rustico, la Forestale mise a tutto i sigilli: 68 appartamenti in tutto, 80mila metri quadri, 10mila metri cubi fermi ad attendere l’esito di quella inchiesta. Che fece scalpore a livello regionale ma quasi subito finita nell’ombra a causa dell’altra grande inchiesta su “Punta Perotti” che portò all’abbattimento dei palazzoni sul lungomare di Bari.

Al contrario, a Cassano nessun manufatto è stato mai abbattuto.

Dopo tre gradi di giudizio ed alterne vicende processuali, infatti, la Corte di Cassazione nel 2008 dichiarò estinti per prescrizione i reati di lottizzazione abusiva, revocando gli ordini di demolizione dei manufatti ma mantenendo la confisca dei beni a favore del Comune di Cassano.

Quei villini erano stati costruiti in modo e con modalità da abuso edilizio, dunque, ma la lunghezza dei processi permise la prescrizione del reato.

Varvara si appellò alla Corte europea dei diritti dell’uomo per lamentare la lunghezza dei processi subiti e chiedere la restituzione dei beni o comunque un congruo indennizzo, avendo ragione.

Nel frammezzo si discuteva che cosa farne di quelle casette, con  progetti strampalati, richieste di finanziamento che avrebbero esposti le casse comunali a risarcimenti milionari, petizioni e la solita, atavica suddivisione fra cassanesi “buoni” e cassanesi “cattivi”.

A perdere, alla fine e come sempre, fu il nostro territorio: cementificato, distrutto, dimenticato. L’unica ricchezza che abbiamo, assieme alla nostra storia e cultura, trattata come un debito invece che come una risorsa.