Sabato 16 Gennaio 2021
   
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CATTURATO A CASSANO LATITANTE DELLA SCU: TUTTI I PARTICOLARI SULL'ARRESTO

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“Avete avuto culo, stavo scappando”. Lo hanno sorpreso mentre era ancora nel sonno, in una stanza da letto ricavata al secondo piano di una minuscola abitazione nel cuore di Cassano vecchia.

 

Come c’è arrivato lì? Chi ha coperto la sua fuga? La squadra mobile di Lecce per ora mantiene riserbo. L’indagine non è che all’inizio. Ci saranno da scoprire fiancheggiatori e complici. Una cosa è certa: il capitolo più importante è stato scritto. Salvatore Caramuscio, 40enne, di Surbo, inserito da diverso tempo nella lista dei cento latitanti più pericolosi d’Italia del ministero degli Interni, è ritornato in carcere. La polizia leccese ha scovato il suo covo (l’ennesimo ed ultimo, nell’eterna fuga per sfuggire alla cattura), dopo un’indagine estenuante, difficile, per certi versi anche pericolosa. Un aspetto, quest’ultimo, che il procuratore capo Cataldo Motta ha voluto sottolineare con forza, ricordando l’alto senso del dovere di quegli uomini che hanno messo in gioco la loro vita per raggiungere questo risultato. Nell’immediatezza del blitz, infatti, non si poteva escludere a priori una risposta armata. Pochi attimi prima che il portone fosse sfondato e che gli agenti piombassero in casa, non sapevano di fronte a cosa si sarebbero potuti trovare. Caramuscio è ritenuto un personaggio di spicco e pericoloso. Ha un omicidio alle spalle.

Il procuratore Motta, ringraziando il dirigente della squadra mobile, Annino Gargano, ed il questore Antonino Cufalo, ha dunque voluto mettere l’accento sulle qualità umane degli investigatori. Di un’azione si conoscono gli esiti, ma quasi mai si considerano i naturali ed umani timori, il carico di adrenalina che si accumula di fronte all’ignoto. Caramuscio è rimasto così stupito di fronte all’accerchiamento, quando ancora doveva sorgere l’alba. Gli occhi carichi di un sonno interrotto bruscamente, ha risposto con il rancore del topo messo in trappola da uno scatto rapido del gatto. Ma non c’è fortuna, o almeno non solo quella, nell’indagine chiusa con le manette ai suoi polsi. E’ una componente indispensabile, certo, per una buona conclusione: ma dietro ci sono astuzia e soprattutto tanta caparbietà. Caramuscio era latitante da sei mesi, dopo essere ritornato in libertà il 10 settembre scorso per decorrenza dei termini, con un provvedimento adottato dal Tribunale di sorveglianza di Sulmona. Si trovava rinchiuso a L’Aquila per l'omicidio di Antonio Fiorentino, compiuto nel bar “Papaya”, a Lecce. I fatti risalgono al 6 marzo del 2003.

Dalla fine di settembre risultava esecutivo il provvedimento della Corte d'Appello di Lecce che ripristinava, come richiesto dalla Procura, la misura cautelare per quell'omicidio. In un primo momento, nonostante la revoca, Caramuscio ha continuato a restare in carcere, dovendo scontare una condanna definitiva per altri reati. Il 10 settembre scorso, dopo essere uscito, non si è presentato in questura entro le 24 ore, così come prescritto dal provvedimento dei giudici de L'Aquila. E da allora sono scattate le ricerche. Procedure farraginose, delle quali avrebbe approfittato per guadagnare una libertà ora nuovamente negatagli. Con un’operazione che assume maggior rilievo, se si considera che l’ultimo covo era molto distante dai suoi ambienti abituali: Surbo, Trepuzzi, la marina leccese di Torre Chianca. La polizia di Lecce s’è dunque spostata su un territorio sconosciuto. E si sa quanto, nello sviluppo delle indagini, la perfetta conoscenza di una zona geografica sia spesso elemento di rilievo, se non fondamentale.

Due mesi di indagini, appostamenti, pedinamenti, fino alla localizzazione a Cassano Murge”, ha ricordato il capo della mobile, Gargano. Una località ben scelta, “confermando la sua caratura criminale”. Questo “per difendersi da persone estranee al borgo antico – ha proseguito Gargano -, vista la particolare conformazione delle case”. E in effetti si trovava in una “piccola corte dove passava una sola persona”. Molto rare le uscite. E “solo nella tarda serata di ieri abbiamo avuto quasi la certezza della sua presenza”. Fingendosi una coppietta, due funzionari della squadra mobile “sono passanti in questo silenzio roboante”, e solo dopo si è potuto approntare “un apparato di oltre cinquanta agenti della squadra mobile di Lecce e Bari e del reparto prevenzione crimine”. Il luogo è stato così circondato da sotto, ma anche dai tetti “per evitare fughe facilissime”, e persino da “alcuni garage sotterranei ricavati in queste case molto vecchie del centro storico”. Fino all’azione vera e propria: “L’abbattimento della porta con una mazza ferrata”. Caramuscio ha avuto solo il tempo di alzarsi dal letto, trovandosi a quel punto di fronte gli agenti della squadra mobile. Tutto questo è durato tre minuti, dall’avvicinamento a piedi e l’uso di doppie scale usate per salire in alto, sui terrazzi, ed avere il controllo totale della situazione. “Solo un cane si è accorto della nostra presenza”, ha ricordato Gargano. La polizia ha rinvenuto diverso materiale documentale tuttora al vaglio. Non c’erano però armi.

“Caramuscio è un personaggio di grosso rilievo”, ha poi aggiunto Cataldo Motta. “Dagli epigoni del clan Cerfeda è poi passato con Fabio Franco, ed è rimasto a capo di questo gruppo, che tentava di riorganizzare. E’ forse oggi il personaggio più pericoloso sul territorio, nell’ambito della criminalità organizzata locale. Abituato ad usare le armi e a comportarsi da capo. Traffico di stupefacenti e quant’altro”. Caramuscio era solo, in casa, al momento dell’arresto. Ora la squadra mobile sta effettuando verifiche sulle persone che avevano disponibilità di questo immobile. Aveva con sé telefoni cellulari, che sono stati sequestrati (si ipotizza che possano essere stati usati per impartire ordini). “Ma era particolarmente bravo a cambiare schede e anche telefoni”, ha spiegato ancora Motta.

E’ possibile, comunque, anche che alcuni contatti, con persone che potrebbero aver favoreggiato la latitanza, siano avvenuti in maniera diretta. Un’altra pista che la squadra mobile sta seguendo. I provvedimenti eseguiti sono, oltre il ripristino della misura cautelare per la pena dell’ergastolo, di cui c’è stata condanna confermata in secondo grado il 4 aprile del 2006, anche la notifica di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip del tribunale di Lecce su richiesta del pubblico ministero Guglielmo Cataldi, per tentata estorsione in concorso, aggravata dalle modalità mafiose. I fatti sono recenti e riguardano Gianluca Negro, 23enne di Surbo e Roberto Nisi, 55enne di Lecce, arrestati dai carabinieri, e Angelo Corrano, 28enne di Lecce. La vittima designata, l’imprenditore edile e vicesindaco di Surbo Giuseppe Maroccia.

 

 

Fonte: www.lecceprima.it

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