Lunedì 19 Novembre 2018
   
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Mafia, giustizia e realtà familiari distrutte

conferenza antimafia 2012

 

 

 

Toccante, interessante e molto partecipato l’incontro dello scorso 11 agosto, all’interno della manifestazione Arti Superiori 2.0, in via Miani, organizzato dall’associazione “Libera Cassano – Gaetano Marchitelli” e che ha visto, tra gli ospiti, alcuni familiari di innocenti vittime di mafia locale.

L’incontro, moderato da due ragazze facenti parte dell’associazione, ha visto il suo nascere con l’intervento del prof. Minervini, autore del volume Il grido e l’impegno incentrato sulla vicenda di Michele Fazio, giovanissimo ragazzo barese ucciso a Bari Vecchia il 12 luglio 1999. Una giovane vita spezzata, quella di Michele, come ha sottolineato Minervini, che si è soprattutto avvalso della collaborazione di Pinuccio e Lella, i genitori del ragazzo, per la stesura del suo libro, la quale ha riacceso nei suoi genitori la coscienza civile. Pinuccio e Lella, infatti, vivendo in un quartiere difficile come il centro storico di Bari, fino ad allora avevano vissuto seguendo la regola del “non vedo, non sento, non parlo”.

La morte di un figlio, ucciso per sbaglio nel corso di una sparatoria tra i clan rivali degli Strisciuglio e dei Capriati, però, era un dolore troppo grande da tacere e, allora, i genitori hanno deciso di parlare della loro storia per cercare di dare giustizia al loro ragazzo. Giustizia, però, giunta solo in parte: i Fazio, infatti, pur sapendo chi fossero gli assassini del loro figlio, non hanno potuto vederli condannati per mancanza di prove ma, con la loro opera di collaborazione con le Forze dell’Ordine, hanno portato alla caduta dei Capriati e allo spostamento degli Strisciuglio in un’altra area di influenza. Del commando formato da quattro persone che uccise Michele, due sono stati uccisi (uno dal suo stesso clan perché pare volesse collaborare) e due sono in attesa di giudizio in Corte di Cassazione.

Intenso, altresì, l’intervento dei coniugi Marchitelli, genitori di Gaetano (il ragazzo cui è peraltro intitolato il presidio di “Libera” a Cassano), ucciso a Carbonara il 2 ottobre 2003 nel corso di una sparatoria tra i clan Di Cosola e Strisciuglio (ragazzi dei due clan si ritrovano nella pizzeria dove Gaetano, appassionato di motori, lavora come pony – express e l’arrivo di tre macchine degli Strisciuglio, delle quali una apre il fuoco, causa la morte di Gaetano e il ferimento di un amico; dei due obiettivi, uno perde un occhio e l’altro rimane ferito alla gola). La mamma di Gaetano, evidentemente commossa, rimarca come i colpevoli siano stati condannati a pene di poco superiori ai 20 anni di carcere. Evidenza ripresa dal signor Marchitelli che confessa di aver perso l’iniziale fiducia nella magistratura dopo che le pene comminate ai presunti colpevoli, a seguito di minacce ricevute dai pm baresi, sono state ridotte da 30 anni a 23 e 22 anni di carcere («la Giustizia è buona solo con le vittime illustri», le parole dell’uomo).

Segue l’intervento di Pasqualina Ruffo, figlia di Nicola, prima vittima della criminalità organizzata barese (in Puglia, la definizione di mafia non compare prima del 2009) uccisa a Bari durante una rapina il 6 febbraio 1974. Nicola, macchinista alle Ferrovie ma dotato di ottima cultura (dava gratuitamente ripetizioni di italiano, latino, matematica, inglese ai figli dei colleghi), tornando a casa assistette ad una rapina in cui quattro ragazzi (tra 17 e 19 anni) minacciavano la proprietaria di un esercizio commerciale e decise di intervenire provocando la reazione dei rapinatori che, per la paura, fecero fuoco (Nicola fu colpito al cuore e la figlia ricorda che aveva «gambe forti per camminare, cuore e cervello da intellettuale»). Dei quattro ragazzi, due sono stati uccisi, uno è morto di AIDS e l’ultimo vive in regime di 41bis. Pasqualina si è sempre battuta per avere giustizia, pur vivendo nel terrore delle minacce ricevute, perché, lei dice, per una figlia femmina, l’immagine paterna è quella dell’uomo ideale che ogni donna vorrebbe avere al suo fianco.

In conclusione, ha preso la parola Simmaco Perillo, proveniente da Sessa Aurunca (CE), già in contatto con i ragazzi di “Libera – Cassano”, che si occupa di recuperare, con la sua associazione, i beni confiscati ai clan operanti nella sua zona (quelli balzati agli onori della cronaca come i Casalesi). Ha marcato le notevoli difficoltà che si incontrato in questa opera di lotta alla camorra su beni ad essa precedentemente appartenuti ma di come si è spinti sempre ad andare avanti (i suoi progetti puntano ad utilizzare questi beni confiscati per inserire nel mondo del lavoro ragazzi disabili e per attività di pet – therapy). Tra le sue iniziative, la creazione e promozione del Festival dell’Impegno Civile (l’unico che si svolga su territori confiscati alla camorra) e la Nuova Cucina Organizzata (coltivazione e commercio di prodotti agricoli su territori una volta appartenenti ai clan).

                                                                    

 


                                                                      

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